GIORGIO ORTONA

Antologia critica

Valerio Magrelli
ROMA ROSA
Roma, First Gallery, 2012


Accadde esattamente vent’anni fa. Italia Nostra aveva organizzato un incontro per protestare contro la sopraelevazione di uno stabile che avrebbe nascosto un magnifico scorcio di San Pietro. L’appuntamento era stato fissato in un edificio vicino alla Stazione Vaticana. Mentre iniziarono a risuonare i primi tuoni, giornalisti, fotografi e curiosi si accalcavano lungo le scale per raggiungere il terrazzo condominiale. Spingevano, salivano, sudavano, lungo i pianerottoli bui, elettrizzati dall’imminente temporale. Ricordo ancora la visita con emozione. Infatti, arrivati in alto, ci trovammo quasi alla stessa altezza della cupola michelangiolesca, o meglio del suo basamento. E fu sotto una pioggia battente, che ebbe luogo il prodigio. Quando eravamo giunti, il piombo della sua superficie appariva bianco, a causa dell'ossidazione. Adesso, invece, l'acqua gli rendeva l’aspetto originale, e man mano la sagoma andava tingendosi di grigio, di azzurrino, di violetto: il monumentomtrascolorava sotto i nostri occhi, come certe statuette della Madonna luccicanti di minerali cristallini. Se sono tornato a questo ricordo, è perché nei quadri di Giorgio Ortona, e in particolare nelle sue vedute urbane, ritrovo qualcosa di quella lontana esperienza. Innanzitutto per via dei suoi racconti di ascensione sulle terrazze condominiali di stabili sconosciuti - vera e propria iniziazione all’arte. Un bel libro di Tommaso Giartosio appena uscito, L’O di Roma, narra appunto di tali visite in luoghi estranei, con il portiere che vi esamina diffidente o l’abitante che vi scruta dallo spioncino, prima di decidersi ad aprire o meno la grotta del tesoro. Grotta che, per Ortona, è costituita dagli struggenti lavatoi dismessi, e, soprattutto, dalle grandi distese aperte al cielo, set ideale del nostro migliore cinema, con lo Scola de La terrazza, tanto caro all’autore, o il Monicelli de I soliti Ignoti. Nel nostro primo colloquio, per inciso, Ortona stesso mi ha raccontato d’essere stato colpito da una poesia che scrissi venticinque anni fa, dedicandola appunto a quel magico spazio tutto italiano (nel segno di un De Chirico antropologico, direi): Non sono di nessuno Le terrazze condominiali. Vi si lasciano i panni ad asciugare, i panni del deserto. Sono altopiani vasti, vasti e disabitati, abbandonati ad un’infanzia aerea. Ma qual è il motivo di simili escursioni che spingono il pittore verso l’alto? La risposta ci porta nel cuore della sua opera: conquistare una postazione sopraelevata per meglio raffigurare la città. In un’epoca che ha visto l’Europa dilaniata dalle orribili guerre balcaniche, un’esigenza del genere potrebbe far pensare alla letale missione di un cecchino. Nulla di più sbagliato. Lo sguardo mite ma al contempo analiticissimo di questo artista, non cerca forme di morte, ma di vita, e le trova (oltre che negli still life o nelle figure umane) nel tessuto metropolitano perlustrato dalla cima dei casamenti. L’ascensione verso le terrazze condominiali, questo smagliante e “intraducibile” patrimonio della nostra capitale, rappresenta quindi il presupposto del suo protocollo estetico, il raggiungimento di un punto ideale di mira e ammirazione. Ciò, tuttavia, spiega soltanto in parte l’evocazione del mio incontro con la cupola mutante di San Pietro. In realtà, la vera ragione del suo accostamento ai quadri di Ortona, riguarda la questione della metamorfosi ottica. Così come la pioggia permise alla Basilica di cambiare colore sotto i miei occhi sbalorditi, nella stessa maniera le vedute di questo “scrutatore” offrono a chi li osserva un altro tipo di trasfigurazione, quella cui accenna, per l’appunto, il titolo della mostra (cui aggiungerei soltanto un punto esclamativo): Roma rosa! Appio Latino, Boccea, Centocelle, Ardeatino e Tiburtino. Certe riprese aeree di immobili o cantieri per me riproducono il portento di quell’antico “potere del temporale vaticano”. Una volta tanto, vorrei giocare con la storica espressione, per suggerire, invece del “potere temporale del Vaticano”, una vivida burrasca nei cieli pontifici. Certi sguardi dall’alto, surplombants come dicono i francesi (e Ortona lo è da parte di madre), hanno la capacità di svelarci un’altra Urbe. Ed è toccante il contrasto fra il microscopico dettaglio del suo disegno, e la presenza di grandi campiture monocrome (il rosa, ovviamente, o il marrone bruciato) accanto a qualche persiana verde e isolata, alcuni improvvisi sbuffi arancioni, o un azzurro imprevisto. “Io me ne intendo, di periferie”, mi ha spiegato Giorgio. In tal modo mi ha introdotto al suo segreto, e quasi inconfessabile, amore per le palazzine di Roma, tanto universalmente deprecate, eppure, insiste, molto più belle delle loro omologhe di Palermo, Napoli o Torino. Hanno al massimo sette piani, forse per non superare l’altezza di San Pietro (il cupolone torna a infestare il nostro discorso), e una grazia, una grazia... Davanti alle sue tele, c’è da credergli, persuasi da un’alchimia cromatica che giunge dolcemente a trasfigurare il reale.

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